Circolo virtuoso Il nome della Rosa

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Sabato 28 marzo ORE 22:00

GUIDA ALL’ASCOLTO

Perché volete disturbarmi se io forse…”

Eric CLAPTON VS David BOWIE

A cura di: L. CRESCENTINI, C. “Charlie” RUGGIERI, P. DI CRISTOFARO. Letture scelte: Luciana DI PIETRO

 

I britannici Cream furono una delle istituzioni del “blues revival” che imperversò negli anni Sessanta. Ma in realtà la loro portata storica si rivelò ancora più ampia. Influenzarono, infatti, in maniera significativa anche la psichedelia inglese e soprattutto l’hard-rock. Lo stesso Jimi Hendrix ammise che la sua “Experience” era nata per proseguire il cammino della “Sacra Crema”. Il blues aveva già, a sua volta, subito importanti innovazioni da parte di band storiche, come i Rolling Stones e gli Who. I Cream fecero il resto, riuscendo anche a rendere accessibile al pubblico il loro peculiare (per l’epoca) modo di fare musica: lunghe jam libere dal vivo, al posto delle canzoni dalla struttura canonica “chorus-bridge” e registrate in studio.

Il sacro triumvirato, costituito nell’autunno del 1966, era composto da primedonne che sarebbero state leader in qualsiasi altra grande band, ovvero Sua Maestà Eric Patrick “Clapton” Clapp (Ripley, Surrey, 30/3/1945), chitarrista noto anche come “Slowhand” per il suo particolare modo di tenere sospese le note, il bassista e cantante Jack Bruce, e il rosso batterista Peter “Ginger” Baker. Tutti e tre, prima dell’unione della “Sacra Crema”, vantavano già gloriosi trascorsi con altri musicisti e band della nascente nuova ondata britannica.

Fonte: Ondarock

 

David Bowie, ovvero uno, nessuno e centomila. Cinquant’anni di carriera all’insegna delle metamorfosi, dell’incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi: “Time may change me, but I can’t trace time” (“Changes”, 1971) è sempre stato il suo credo. Un genio mutante, dunque. Ma il trasformismo è solo la più appariscente tra le arti di questo indecifrabile dandy, incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock e, in definitiva, della stessa società occidentale. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché della stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker, l’assurdità della pretesa distinzione tra arte e commercio. Bowie è stato anche uno dei primissimi musicisti a concepire il rock come “arte globale” (pop-art?), aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive. Con lui scompare ogni confine tra cultura “alta” e “bassa”. Perché – secondo una sua stessa felice definizione – “è insieme Nijinsky e Woolworth”. È grazie ai suoi show che il palcoscenico del rock si è vestito di scenografie apocalittiche, di un’estetica decadente e futurista al contempo, retaggio di filosofie letterarie e cinematografiche, ma anche dell’arte di strada dei mimi e dei clown. E in ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell’evoluzione di generi disparati come glam-rock, punk, new wave, synth-pop, dark-gothic, neo-soul, dance, per stessa ammissione di molti dei loro esponenti di punta.

Fonte: Ondarock