Circolo virtuoso Il nome della Rosa

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Domenica 24 novembre ORE 21,30

IL CINEFORUM

“… per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?”

“LA MORTE RISALE A IERI SERA”

Duccio TESSARI – 1970

A cura di: Paolo DI CRISTOFARO, Danilo FEROCI, Marco SANTORO 

 

Il commissario Duca Lamberti indaga sulla morte di una bella ragazza ritardata mentale. Scoprirà che la giovane era stata irretita in un giro di squillo e tenterà di agguantare i colpevoli. Il padre della vittima è però più rapido a fare giustizia.
Strano destino, quello di questo “noir”. Da una parte non si può fare a meno di imparentarlo agli adattamenti scerbanenchiani che fecero la gloria del primo Di Leo (siamo nel 1970, tra I ragazzi del massacro e Milano calibro 9) e al film di Yves Boisset Il caso Venere privata (1970), che trasponeva l’omonimo romanzo dello scrittore russo. Dall’altro testi e repertori specializzati (?) lo aggregano volta per volta o all’incipiente moda del thriller argentiano, con cui – in realtà – non ha assolutamente nulla da spartire, o al poliziesco, ancora di là dal nascere.

Questa incertezza tassonomica rende il film un oggetto curioso, elusivo e finisce per riverberarsi negativamente sui giudizi che se ne danno. Eppure, La morte risale a ieri sera, che fu ridotto in sceneggiatura da Tessari insieme a Biagio Proietti e Arthur Brauer, è interessante per più aspetti: ha uno stile scabro ed essenziale (lo rivalutiamo o no, Tessari?), personaggi psicologicamente ben finiti ed è ammantato dalla caliginosa atmosfera di una metropoli, Milano, che sul finire degli anni Sessanta non usurpava il ruolo, reale e cinematografico, di piccola Chicago italiana Qualcuno (Mereghetti) nota, anzi, come il valore atmosferico dell’ambientazione sia così pregnante nella vicenda da oscurare l’architettura gialla – che non era, a dir vero, nemmeno il punto di forza del libro. Nel letto di Procuste del Rape & Revenge italiano degli albori, noi lo abbiamo ridotto per la finale esplosione di violenza del pater dolorosus Raf Vallone che, scoperti i manigoldi che gli hanno rapito e prostituito la figlia minorata, ne fa un’omerica mattanza, forse una delle più terribili e delle più ricche di pathos – sebbene senza alcun compiacimento visivo – che si diano nel filone nemesiaco, tanto più che arriva al termine di una vicenda tenuta su toni abbastanza quieti.

Fonte: nocturno.it